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Archeologia e storia del territorio di Miglionico
di Francesco Caputo
Posto sulla sommità di un crinale che delimita uno dei numerosi bacini
secondari con fluenti
nel fiume Bradano, Miglionico è un centro
abitato sviluppatosi nella configurazione
attuale tra il sec. XI e XVII su un sito già occupato da popolazioni indigene fin dal
VIIII sec. a.C. Gli scavi e le ricerche archeologiche, pur non
condotte su vasta scala ed effettuati spesso in seguito a saltuari e sporadici
ritrovamenti, consentono, tuttavia, di delineare una ipotesi di localizzazione e
di sviluppo degli insediamenti umani succedutesi nelle adiacenze e sulla collina
occupata dal centro abitato attuale.
Già dalla fine del secolo scorso gli storici locali segnalavano numerosi
ritrovamenti di tombe isolate e necropoli sopratutto all'interno dell'area
circoscritta dal centro storico, sul pianoro adiacente la via Lucana, allora in
costruzione, e nei pressi del cimitero e della cava S. Rocco. Le imprese
costruttrici, sbancando i pendii, avevano manomesso un vasto sepolcreto in
seguito scavato ed indagato negli anni trenta, ma già nel 1811 la necropoli
adiacente il cimitero era stata in parte scavata su indicazione dell'allora
Intendente di Basilicata, ma dei ricchi corredi ben presto se ne persero le
tracce. Nel 1847 altri ritrovamenti, nella medesima area e nel centro storico,
procuravano al Sottintendente di Matera, Nicolo Jeno de' Coronei un gran
quantitativo di terrecotte e oggetti bronzei, in parte descritti dal Ricciardi,
il quale segnala anche una tomba rinvenuta nel centro storico in un sito non
meglio indicato con un corredo di trenta vasi, un'armatura e monili in oro, ed
altre sepolture venute alla luce nella zona immediatamente antistante l'ingresso
del castello.
I reperti in possesso del museo Ridola a Matera, provengono ancora una volta
dalla necropoli limitrofa al cimitero, da un'area sottostante il castello, dalla
ex cava S. Rocco e da una zona non meglio precisata adiacente Porta e Piazza S.
Sofia. I reperti di maggior interesse sono un pendaglio equestre in bronzo fuso
secondo schemi e modelli delle culture japodo-liburniche della sponda balcanica
dell'Adriatico, e databile al VII sec. a.C.: una fibula bronzea e una cuspide di
lancia entrambe databili alla prima metà del VI secolo; resti di vasellame
attico attribuiti al pittore ateniese Lydos, databili al 550 a.C. e ritenuti tra
le più antiche testimonianze nella valle del Bradano dell'attività del
ceromografo attico e due manici antropomorfi bronzei di patera, di cui una con
iscrizione tarantina relativa alla donna di famiglia patrizia che ha posseduto
l'oggetto. Dalla necropoli della cava di S. Rocco proviene un elmo bronzeo di
tipo corinzio rinvenuto in una sepoltura di un guerriero enotrio databile alla
seconda metà del V sec.; nella zona di S. Sofia si segnala il ritrovamento di
punte di lance in ferro e fibule metalliche, dalla vasta necropoli adiacente il
cimitero proviene una statuetta votiva in bronzo rappresentante Heracles e
datata al V sec. a.C., mentre il Ricciardi ricorda il ritrovamento nell'oliveto
Stancarone di sepolture e resti di un edificio sacro.
La natura e la localizzazione dei reperti consentono di ipotizzare sulla collina
di Miglionico e nelle immediate adiacenze, l'esistenza di più nuclei abitati,
forse insediamenti agricoli sparsi, e di un centro di dimensioni maggiori sul
sito attualmente occupato dal perimetro della città medioevale. I ritrovamenti
sono maggiori nelle aree periferiche del paese, perchè non edificate, mentre i
resti dell'insediamento urbano vero e proprio sono stati inglobati ed alla fine
cancellati dalla millenaria stratificazione degli edifici del centro storico, ma
nonostante ciò, ancora nel secolo scorso e negli anni del primo dopoguerra, in
occasione di lavori per la sistemazione di strade, e di ristrutturazione di
edifici, si segnalavano importanti rinvenimenti al castello, a S. Sofia e nelle
cantine di alcune abitazioni. La conformazione a nuclei sparsi adiacenti un
abitato di più consistenti dimensioni, è comune, nella struttura insediativa, ai
centri abitati limitrofi ed in particolare Pomarico, Irsina, Matera,
Montescaglioso e Timmari che con Miglionico condividono le caratteristiche del
sito, i rapporti con la costa mediati dalle direttrici di crinale e l'apporto
culturale dell'area pugliese e jonica.
Le ceramiche e i corredi delle sepolture rinvenute, permettono di datare i primi
insediamenti umani sulla collina di Miglionico intorno al VIII sec. a.C: le
popolazioni insediate nella area come nel territorio e negli abitati limitrofi
sono essenzialmente enotrie con un forte apporto culturale della vicina urea
apula che lungo il Bradano e verso la costa jonica trova a Taranto il centro
propulsore di una civiltà che, ricca di influenze elleniche, è destinata, a
partire dal V-IV sec. a.C. a prevalere in tutto il territorio circostante.
Il variegato mondo indigeno agli albori della colonizzazione greca, che trova
nella fondazione di Siris nel VII sec. a.C. il primo elemento di una
penetrazione destinata a cambiare il volto e l'evoluzione delle civiltà locali,
ha i punti di forza negli insediamenti collinari del retroterra jonico e
nell'area bradanica i centri maggiori sono a Cozzo Presepe, Montescaglioso, e
qui vicino, nell'insediamento di Difesa S. Biagio, a Pomarico ed in particolare
nei pressi del borgo medievale abbandonato e a Castrum Jugurii, a Miglionico e a
Timmari. Il ritrovamento a Miglionico di sepolture indigene datate al VII sec.
a.C. ancora con inumazione rannicchiata, documenta il persistere in tutta la
valle di usanze e tradizioni di lontana origine neolitica ma già un secolo più
tardi la rete dei rapporti è molto più ampia ed è indirizzata anche verso le
sponde adriatiche con importazioni provenienti dalla penisola balcanica alla cui
cultura japodica-liburnica è collegabile il bronzetto equestre di Miglionico.
Lo sviluppo di Metaponto e la ripresa dell'importante colonia greca di Heraclea
sorta dopo la decadenza e la scomparsa di Siris, spingono la colonizzazione e
una efficiente rete infrastrutturale verso l'interno dei fondovalli e dei
terrazzamenti collinari, permettendo una stabilizzazione dei rapporti con le
popolazioni indigene del retroterra e l'attivazione di consistenti scambi
commerciali. A Miglionico il contatto con le colonie greche della costa è
documentato dal diffondersi di ceramiche attiche databili intorno al 550 a.C. e
provenienti da Metaponto o Taranto e attribuiti al ceromografo ateniese Lydos di
cui questa produzione, frammenti di anfora a figure nere del tipo a collo
distinto rappresentante la premiazione di atleti, è ritenuta tra le più antiche
rinvenute nell'ambito territoriale jonico-bradanico. Confermano i rapporti con
la cultura magno-greca di Taranto e Metaponto, i tre manici antropomorfi di
patera in bronzo, databili al 550-540 a.C, anch'essi di importazione attica di
cui uno recante l'incisione del nome gentilizio della proprietaria che le
caratteristiche della scrittura indicano di origine tarantina e la Kylix attica
con scene dionisiache a figure nere del Pittore di Haimon, ceromografo attico
operante a cavallo dei sec. VI e V a.C, provenienti dagli scavi nell'area
attigua al cimitero. L'ampia rete di rapporti economici e di apporti culturali
nell'ambito della civiltà magno-greca, nella quale sono inserite le popolazioni
indigene insediate sulla collina di Miglionico, è documentata anche dalla ricca
monetazione rinvenuta a più riprese nel secolo scorso e purtroppo interamente
interamente dispersa, proveniente oltre che dai centri greci più vicini,
Taranto, Metaponto ed Heraclea, anche a Sibari, Crotone e Caulonia mentre
contatti con culture e popolazioni oscosabelliche sono documentate dalla
statuetta bronzea di Heracles datata alla metà del V sec. e rinvenuta nei pressi
della statale per Potenza. I rapporti dei nuclei abitati sulla collina di
Miglionico, come anche quelli dei centri limitrofi con il mondo magno-greco
dello Jonio rendono l'intera area del basso Bradano parte partecipe ai
sommovimenti demografici, politici e militari tra il IV e il III sec. a.C. con
il confronto diretto tra le colonie greche della costa e le popolazioni lucane
di origini sanniti che installatesi in tutti i centri dell'entroterra.
Nonostante il ricorso delle città greche ad aiuti e condottieri provenienti
dall'altra sponda dello Jonio e il patto militare che lega tutti i centri greci
in difesa del nemico comune, la pressione delle popolazioni lucane segna la fine
del delicato equilibrio instauratosi tra colonie e centri indigeni con la
conseguente decadenza di molti centri costieri soprattutto nell'area metapontina.
In queste condizioni l'asse dei rapporti commerciali e culturali si sposta in
direzione delle valli dell'Agri e del Sinni ed in particolare di Heraclea
divenuta, tra l'altro, sede della Lega Italiota dopo la caduta di Crotone nelle
mani di Siracusani, con la conseguente emarginazione di tutto il fondovalle
bradanico e dei crinali circostanti. Nei confronti delle popolazioni lucane, le
città magno-greche sconfitte sul campo dalla superiorità militare degli
avversari, ben presto esercitano una sorta di egemonia culturale che porta alla
progressiva integrazione tra le due etnie. A Miglionico l'ellenizzazione
dell'elemento lucano è documentata dai, ricchi corredi funerari tra cui una
Pelike e un'Hydria apule in argilla rosea e decorazioni nere, ambedue datate tra
il 340 e il 330 a.C. recuperati durante gli scavi del 1911.
La conquista romana della Magna Grecia, segnata dalla fondazione delle prime
colonie latine a Venosa, dalla presenza di presidi romani nella valle del Crati,
dalla latinizzazione di Grumento, dal patto federativo tra Heraclea e Roma ed
infine dalla conquista di Taranto, accentua il processo di decadenza dei centri
costieri ampliando invece il ruolo dei centri abitati situati lungo la
direttrice dell'Agri e della via Appia. Si accentua anche il processo di
spopolamento delle campagne sconvolte dalle guerre, prima lo scontro con
Taranto, poi con Cartagine ed infine la guerra sociale nell'ultimo periodo
repubblicano, interessate da un ampio fenomeno di riorganizzazione economica nel
quale il peso del latifondo agricolo è sempre più rilevante. Le popolazioni si
concentrano nei nuclei abitati maggiori e si forma il sistema dei borghi i
collinari che prefigura il sistema insediativo ed infrastrutturale
stabilizzatosi nell'alto medioevo e giunto, infine, all'epoca moderna senza
tanti stanziali modifiche.
All'interno di questo complesso processo, Miglionico accentua le proprie
caratteristiche di insediamento collinare predisponendo le basi del futuro
sviluppo del borgo alto medioevale: in epoca tardo imperiale probabilmente i
nuclei esterni al centro maggiore si spopolano e sono abbandonati mentre la
popolazione concentra sull'estremità nord-occidentale della collina dove si
svilupperà il borgo documentato nel periodo normanno.
Il centro abitato dal secolo XI al XVIII
La riconquista bizantina dei territori lucani e pugliesi alla fine del IX sec,
partita dai capisaldi costieri in terra di Bari e nel Salento, rimasti in mano
greca anche dopo l'espansione del Ducato Longobardo di Benevento in direzione
sud, agli inizi dell'VIII sec., e spintasi fin oltre la valle del Sinni, segna
la riorganizzazione amministrativa ed ecclesiastica dell'area con la
costituzione del Tema di Longobardia prima, del Tema di Lucania dopo, e la
sottomissione delle chiese lucane, gli episcopati di Matera, Acerenza, Tricarico
e Tursi al Metropolita orientale di Otranto ribadita dal documento imperiale del
962.
Con la conquista normanna, a partire dai primi decenni del secolo XI, e il
riconoscimento al Guiscardo del possesso dei nuovi territori sancito dal
Concilio di Melfi nel 1059, la Basilicata sarà infeudata alle maggiori famiglie
normanne mentre le sedi vescovili, latinizzate e ricondotte sotto l'autorità del
Pontefice Romano, sono rese suffraganee dell'arcivescovo di Acerenza assurto a
metropolita dell'intera area lucana. Con l'assegnazione dei territori ai
maggiori esponenti dell'etnia normanna, Matera è infeudata alla famiglia dei
Loffredo mentre l'intera bassa valle del Bradano e Basento con un territorio
esteso fino a Pisticci, Stigliano e Tricarico, all'interno del quale rientrano
anche i centri abitati di Pomarico, Miglionico, Camarda e Torre a Mare, l'antica
Metaponto, dipendono della Contea di Montescaglioso infeudata ai Macabeo.
Tra i centri abitati altomedioevali della bassa valle del Bradano, Miglionico
è l'unico ad occupare un sito di notevole importanza grazie alla vicinanza
con la direttrice della via Appla, ma nonostante ciò il ruolo del paese fino a
tutto il XIV sec. è circoscritto ad un ambito territoriale molto limitato,
differentemente dagli abitati limitrofi di Montepeloso, Tricarico e
Montescaglioso che, sedi di vescovi e abbazie benedettine, riescono invece a
svolgere un ruolo esteso ad un'area più vasta. In epoca normanna l'abitato
fortificato occupa l'area occidentale dell'attuale centro storico sul sito più
alto della collina dominante i percorsi stradali in direzione di Grottole,
Pomarico e del fondovalle, ed è circoscritto alle zone di S. Angelo, S. Nicola,
e S. Giacomo con un fortilizio edificato sul sito poi occupato dal seicentesco
Palazzo Corleto e gli accessi nella cinta fortificata in direzione della Chiesa
Madre e in fondo all'attuale via S. Giacomo. L'insediamento ha un andamento
circolare parallelo al pendio della collina con un percorso di crinale che
collega l'area fortificata dell'estrema propaggine occidentale al varco nel
perimetro delle mura. Lungo l'asse urbano si aprono numerosi vicoli
perpendicolari, si localizzano le residenze più importanti e l'antica chiesa di
S. Nicola dei Greci, oggi non più esistente, situata esattamente al centro del
borgo. L'ipotesi è suffragata anche dall'orientamento della Chiesa Madre che,
primo e più importante nucleo di espansione extra-moenia del centro
altomedievale, è costruita, a partire dalla metà del XIV sec, con l'ingresso
rivolto verso il probabile accesso della parte più antica dell'abitato ma quando
a metà del XVI sec. lo sviluppo del paese avrà ormai saturato le altre aree,
Torchiano, S. Sofia e Castello, sarà necessario aprire un'altro ingresso
monumentale, sotto il campanile, in direzione del nuovo centro cittadino.
L'abitato altomedioevale, si consolida in epoca normanna ed è raggruppato
intorno alla chiesa di S. Nicola dei Greci, la cui dedicazione tradisce
l'origine tardo bizantina del tempio mentre al sito del seicentesco palazzo
Corleto, dove era localizzato un'area fortificata interna al borgo più antico si
potrebbe riferire, qualora si trattasse di Miglionico, la notizia, dalla cronaca
di Romualdo Salernitano, della edificazione di un 'castellum' da parte di un
Conte Alessandro negli ultimi decenni del sec. XI.
Rispetto ad altri abitati limitrofi, il territorio del paese si distingue per un
forte accentramento della popolazione nel centro maggiore e, alcuni casali nelle
campagne, uno nei pressi del Bradano e un'altro nei pressi della cappella di S.
Vito ancora abitati verso la fine del XIV sec., non avranno mai il peso e il
ruolo assunto nei territori di Grottole e Pomarico dai nuclei fortificati di
Altojanni, Castrum Jugurij, Picoco e S. Maria del Piano. Sempre in epoca
normanna, verso la metà del sec. XII, il catalogo dei Baroni individua
Miglionico come uno degli abitati appartenenti al Comitatus Montis Caveosi
infeudato, fin dalla metà del secolo precedente, alla famiglia Normanna dei
Macabeo che, tramite la contessa Emma moglie, del Comes Rodolfo, è direttamente
imparentata al Guiscardo, e poi, dopo il 1120, dominio diretto dei Principi di
Taranto, quale territorio assegnato a Boemondo, figlio del Guiscardo e di
Albereda prima consorte del Duca. Il Catologo dei Baroni assegna Miglionico,
quale suffeudo della contea di Montescaglioso, ad un nipote dell'Arcivescovo di
Acerenza il quale contribuisce alla formazione dell'esercito regio con quattro
militi aumentati ad otto con l'ultima imposizione. Questa circoscrizione feudale
nella quale rientrino oltre a Miglionico anche gli abitati di S.Mauro, Salandra,
Accettura, Pomarico, Craco, Montalbano e Pisticci, resta in buona parte
invariata fino alla seconda metà del secolo XIII, quando la rioeganizzazione
militare del meridione, consegna alla definitiva instaurazione della monarchia
angioina dopo l'ultima rivolta a favore degli Svevi tra il 1265 e il 1269,
assegna alle piazzeforti più importanti del Regno o appartenenti al demanio
della Curia, le rispettive guarnigioni militari e alle popolazioni limitrofe gli
oneri connessi alla manutenzione e agli approvvigionamenti. Nel 127I nel
territorio nell'antico Comitatusd Montis Caveosi la Curia regia elenca i
castelli di Petrolla presso Pisticci, Montalbano, Policoro, Torre a Mare
adiacente all'antica Metaponto e Montescaglioso. Alla manutenzione del castello
e all'approvvigionamento della guarnigione di quest'ultimo centro devono
provvedere gli abitanti di S. Mauro, del Casale di S. Giovanni presso Tricarico,
di Uggiano e gli abitanti di Miglionico che in questo scorcio del XIII secolo
assommano a circa 1500 persone, censiti dalla tassazione focatica del 1277 in
277 fuochi, ovvero nuclei familiari, i quali pagano alla Curia Regia 69 once. La
partecipazione di Miglionico agli oneri per la manutenzione del castello di
Montescaglioso, induce ad escludere, per quest'epoca, l'esistenza, nel paese, di
una roccaforte delle dimensioni e dell'importanza dell'attuale castello: se così
fosse gli abitanti sarebbero stati obbligati alla manutenzione di questa
struttura come nel caso di Montalbano la cui popolazione provvede alle esigenze
della guarnigione e del castello del proprio paese. Questo però non implica la
Utenza di una struttura fortificata in quanto l'imposizione fiscale è relativa
alle sole fortificazioni demaniali che ospitino guarnigioni stabili.
Le condizioni degli abitati lucani negli ultimi decenni del secolo XIII,
dilaniati dalla guerra che ha opposto gli Svevi agli Angioini e i fautori
dell'imperatore ai sostenitori del papato, sono tali da indurre molti abitati
tra Melfi, Grottole e Miglionico ad intercedere presso il Sovrano per ottenere
consistenti sgravi fiscali che consentano la ripresa di una normale attività
economica e soprattutto il ripristino, nelle campagne e nei nuclei rurali
investiti da un preoccupante processo di abbandono, della sicurezza e delle
condizioni di vita necessarie al ritorno degli abitanti.
A metà del XIV secolo il clero secolare di Miglionico che nel 1310 e nel 1324
contribuisce alla raccolta delle decime per la S. Sede con 24 once d'oro, inizia
la costruzione della Chiesa di S. Maria Maggiore sui resti di una piccola
cappella, S. Salvatore, situata nelle immediate adiacenze del perimetro murario.
La nuova chiesa è al centro di un'area dove nei decenni successivi si
svilupperanno i nuovi quartieri del paese e nella quale convergono le direttrici
delle espansioni urbane trecentesche e quattrocentesche costituite dai percorsi
diretti verso il pianoro del Torchiano, verso il sito dove sorge il castello e
dalla strada diretta nella valle del Bradano, attraverso S. Sofia, lungo la
quale più tardi sorgerà la chiesa della Madonna delle Grazie. Contemporaneamente
la costruzione del castello ad opera della famiglia Sanseverino innesca un
meccanismo più ampio concluso, tra la fine del XIV e la metà del XV sec,
dall'allargamento della cinta muraria che ingloba il vecchio centro medioevale e
i quartieri di più recente costruzione.
All'interno del nuovo perimetro i capisaldi urbani sono rappresentati dal borgo
altomedioevale raccolto intorno alle chiese distrutte di S. Nicola dei Greci e
S. Giacomo, dalla Parrocchiale, dalla chiesa di Mater Domini al Torchiano e dal
convento dei frati francescani a Porta S. Sofia, la cui bolla di fondazione
risale al 1439.
Nei decenni successivi Miglionico conosce un significativo sviluppo economico e
sociale favorito anche da un vivace clima che vede il clero secolare della
Colleggiata esercitare una sorta di primato culturale e il ceto professionale e
possidente conquistare una parvenza di autonomia politica con attribuzioni e
ruoli sempre più significativi conquistati dalla Uni¬versità, quale soggetto
amministrativo sempre attento a controbattere pretese e imposizioni del
feudatario e ad invocare la autorità regia quale garanzia e limitazione dello
strapotere baronale. In questo scorcio di secolo sarà completata la nuova
cerchia fortificata e all'interno della città saranno realizzati i primi
interventi di rinnovo urbano legati all'ascesa di alcune ricche famiglie che
edificano le pro¬prie residenze cittadine, quale palazzo Petito e palazzo
Ventura-Aspriello terminati nella metà del cinquecento. La formazione di
consistenti patrimoni fondiari appartenenti ad alcune ricche famiglie, a
Miglionico, diversamente dai centri vicini, Matera, Montepeloso, Montescaglioso,
Tricarico e Pomarico, è favorita dalla mancanza di un esteso patrimonio
ecclesiastico e dall'assenteismo del feudatario. Questi affida la procura per
l'amministrazione dei beni a potenti personaggi locali che lucrano e
approfittano dell'incarico ricevuto per formare cospicue rendite e fortune
personali che investono nell'acquisto, direttamente dal Principe, di feudi e
titoli. Esemplare da questo punto di vista la vicenda della famiglia Putignani a
Tricarico: ramificata in alcuni paesi della zona e già legata ai Sanseverino nel
1500, si arricchisce amministrando i feudi sanseverineschi ed accumula un
notevole patrimonio a Craco e a Miglionico dove più tardi si estingue.
In questo contesto gli eventi del 1485 e 1486 con i congiurati riunitisi a
Miglionico, situata in prossimità della via Appia, al limite orientale dei
territori dei Sanseverino e al limite occidentale dei possessi dei Del Balzo, e
il cruento esito della rivolta comportano per il paese la temporanea fine del
possesso dei Sanseverino. Nel 1488 Camilio Mauro di Napoli precettore di
Basilicata ed appositamente delegato da re Ferdinando a liquidare tutti i
patrimoni dei baroni ribelli, vende all'Università di Miglionico i beni che il
Sanseverino possedeva nel paese ma ben presto l'antico feudatario è reintegrato
nel possesso: nell'agosto 1496 il monarca consentiva la re-immissione del
Sanseverino negli antichi feudi e nel settembre successivo Pietro Riccio di
Montalto, procuratore del principe prendeva possesso del Castello e della terra
di Miglionico. I Sanseverino, se pur nuovamente proprietari del Castello e del
titolo, riuscivano a veder riconosciuti interamente i propri diritti sul paese
solo qualche decennio più tardi. Nell'aprile del 1533 l'erario del Principe
riacquisiva i diritti sulla Bagliva di Miglionico e nell'Agosto del 1543 con
apposita platea rogata da Notar Mattia de Landò di Cava era reintegrato in tutti
i beni posseduti nel territorio e nel paese. La presenza del Sanseverino a Mi
glionico, però, non andava, oltre i primi decenni del XVII sec. quando nel 1624
il posses¬so del paese passava alla famiglia Revertera che nel 1544 aveva
acquistato i titoli relativi al possesso di Salandra e nei decenni successivi
riuscivano ad estendere il patrimonio nei paesi limitrofi. Sempre nel 1624 i
Revertera ottenevano dal Duca d'Alba l'assenso all'acquisto e l'anno successivo
l'ordine alla popolazione di Miglionico di prestare l'assicurazione feudale al
nuovo proprietario che nel 1629 e 1630 acquistava da Filippo Grimaldi, G.
Battista Imperiale, Luciano e Antonio Spinola alcuni diritti da questi vantati
sull'Università e saldava a G.B. Gattini, cantore della cattedrale di Matera, un
debito contratto dal feudatario precedente, il barone Marcello Nigro.
Tra la fine del XVI e gli inizi del XVII sec. si consolidano a Miglionico come
negli altri centri del regno i poteri delle Università a scapito delle
prerogative feudali d'altra parte già mortificate dai colpi inferti dalla
monarchia aragonese. A Miglionico l'Università dopo la cacciata dei Sanseverino
aveva acquistato dalla Curia Regia alcune prerogative che a causa del forte
indebitamento aveva poi dovuto cedere ai successori del Sanseverino e infine
erano pervenute ai Revertera con l'acquisto del 1624. Le Università si
oppongono, spesso strenuamente, alle pretese dei feudatari che mercificano
gabelle e diritti vantati sulle popolazioni locali per realizzare rendite
ottenute con l'affitto delle imposizioni fiscali a privati i quali si rivelano
estremamente esosi nei confronti delle comunità. Se già nel 1358 Ruggero
Sanseverino aveva dovuto concedere alla popolazione il diritto di pascolo, nel
1494 Alfonso I dopo la cacciata del feudatario, maggior ispiratore della rivolta
del 1485, aveva confermato all'Università i capitoli, le grazie e i privilegi
precedentemente concessi da re Ferrante e ribaditi da Berardino Sanseverino nel
1498 e da Alfonso Sanseverino, Luogotenente di Pietrantonio Principe di
Bisignano dopo le richieste fatte dal Sindaco e dagli eletti di Miglionico nel
1517.
Il possesso di Miglionico passato ai Revertera segna qui, come negli altri
centri del meridione, l'ascesa politica di famiglie estranee alle vicende
storiche locali degli ultimi decenni ma legate ad un ceto mercantile e
professionale con notevoli possibilità economiche che in tutti i paesi del regno
va sostituendo l'antica feudalità guerriera i Sanseverino, gli Orsini, i Dal
Balzo, con gruppi sociali che devono la propria potenza ad una lunga pratica del
commercio, al potere acquisito nell'amministrazione dello Stato o negli
incarichi regi ricoperti e alle rendite provenienti dal possesso di cospicui
capitali che sono investiti nell'acquisto di feudi o di appalti per la
riscossione di gabelle e altre imposizioni fiscali. A Tricarico e nel Senisese
l'antico feudo sanseverinesco è acquistato dai Pignatelli, a Montepeloso il
feudo appartenuto da secoli ai Del Balzo è acquistato dalla famiglia Grimaldi e
a Montescaglioso dai Grillo e dai Cattaneo dopo, tutte ricche famiglie
mercantili di origini genovesi. Parallelamente si estende e cresce un ceto
locale di professionisti, possidenti, notai, gabellieri, prelati e massari
capaci anche di investire cospicui capitali nelle attività agricole e un largo
ceto di piccoli proprietari che coltivano con l'ausilio della famiglia numerosi
appezzamenti di terreno spesso affittati dal feudatario o dai maggiori
possidenti.
A Miglionico sono questi strati della popolazione a realizzare, tra la metà del
seicento e i primi decenni del secolo successivo, un esteso processo di rinnovo
ed espansione urbana sul tessuto più antico e fatiscente trasformato da
ristrutturazioni e sopraelevazioni. Si edifica anche nelle aree rimaste libere
all'interno il perimetro fortificato che per l'accidentata orografia del sito
non consente un sicuro ed economico intervento fuori le mura le quali In alcuni
tratti, crollate o demolite sono sostituite da aggregazioni di abitazioni a
schiera a più piani e collegate alle parti superstiti della cinta. Si evolvono
anche i materiali e le tecnologie costruttive: in sostituzione del pietrame non
squadrato scavato sulle pendici della collina, si diffonde l'uso del cotto
prodotto da piccole fornaci locali e del tufo cavato dai vicini banchi del
Bradano e della Murgia e si estende l'uso di coperture a volta in sostituzione
dei tradizionali orizzontamenti in legno. Le tipologie residenziali,
tradizionalmente costituite da aggregazioni di vani a schiera, si sviluppano in
complessi maggiormente articolati: se le vecchie abitazioni con copertura a
canne e i tuguri dei piani interrati e seminterrati restano appannaggio degli
strati più miserevoli della popolazione, i piccoli e medi proprietari edificano
case soprane spesso servite da un ballatoio esterno; mercanti, professionisti e
grandi proprietari usano abitazioni a cortile con cantine, stalle e depositi al
pianterreno e la residenza al piano superiore.
Le famiglie nobili, invece, edificano i grandi palazzi urbani dove si ricerca
non solo un'adeguata distribuzione delle funzioni ma anche una esplicitazione
del ruolo e della posizione acquisita, evidenziata dalla ricercatezza delle
partiture architettoniche e dalla composizione di facciate monumentali
arricchite da portali, stemmi, trabeazioni e timpani ed altri schemi decorativi
ormai facenti parte di un repertorio edilizio collaudato e appannaggio di una
non vasta cerchia di lapicidi e mastri muratori. Alla fine del seicento gli
interventi più significativi sono rappresentati dalla trasformazione del
castello da roccaforte in residenza gentilizia e dallo smantellamento dei resti
delle fortificazioni nella punta occidentale del paese ove la famiglia Corleto
edifica il grande palazzo omonimo inglobando nella struttura le torri del
perimetro fortificato e, tra la metà e la fine del secolo successivo, dalla
edificazione di palazzo Guida, palazzo Di Gregorio e palazzo Damone.
Nei primi decenni del settecento con il regno di Carlo III di Borbone e
Ferdinando IV, la monarchia napoletana tenta di riaffermare un disegno
assolutistico limitando soprattutto lo strapotere baronale e, a scapito di
questo, ampliare le prerogative e le giurisdizioni delle Università per le quali
la rappresentatività politica è estesa dalle sole famiglie abbienti anche ai
ceti produttivi. L'atto più illuminato del Borbone dopo il lungo viaggio nel
Regno del 1735 resta la compilazione del primo catasto, ordinato nell'ottobre
del 1740 con l'apprezzo di tutti i beni stabili, feudali ed ecclesiastici. A
Miglionico il nuovo catasto compilato nel 1753 rivela la diffusione, accanto ai
grandi patrimoni feudali ed ecclesiastici anche di una piccola e media
proprietà. Se il latifondo baronale era molto vasto ed in particolare investiva
i terreni ed i pascoli migliori, tutta la difesa di S. Vito(44), quello
ecclesiastico al contrario non era molto esteso e, per la maggior parte era
concentrata nelle mani del Capitolo1451 della Colleggiata ed aveva origine in
donazioni di privati cittadini, nei legati dei prelati, negli acquisti e nella
oculata amministrazione degli arcipreti della chiesa, e nei lasciti annessi ai
benefici delle cappelle del Purgatorio, del Rosario, del Sacramento e delle
chiese di S. Giacomo e della Madonna delle Grazie. Alcune piccole proprietà
appartengono anche ai monasteri dei centri limitrofi: quello benedettino di S.
Agata e Lucia a Matera, il monastero di S. Domenico a Ferrandina e l'Abbazia di
S. Michele a Montescaglioso per la quale sono documentati alcuni possessi nel
1650 poi alienati nei primi decenni del settecento. Molto significativo a
Miglionico anche un'altro aspetto relativo al patrimonio ecclesiastico, e cioè
la presenza di una estesa proprietà urbana composta di case ed anche cantine
date in affitto e la percezione da parte del clero di rendite provenienti dalla
riscossione di censi apposti su numerosi patrimoni.
Lo sviluppo e l’espansione del centro storico alla fine del secolo XVIII,
investe nelle residue due aree libere all'interno del perimetro murario con
numerosi interventi di sopraelevazione, mentre nei primi decenni dell'ottocento
l'area di insistenza della cerchia muraria subisce notevoli trasformazioni con
la edificazione di abitazioni che man mano sostituiscono le mura crollate o
demolite. Questa fase del processo di espansione e sviluppo del paese è
alimentata dalle notevoli trasformazioni ed evoluzione della società seguite
alle leggi abolitive della feudalità che con la quotizzazione dei demani e dei
feudi, consentono l'accesso alla proprietà ad ampie fasce della popolazione.
Il possesso della Università di parte delle terre appartenute ai Revertera non è
pacifico e sia le modalità di demanializzazione che di quotizzazione originano
lunghe cause che si trascinano per decenni coinvolgendo anche gli ecclesiastici
a causa delle proprietà possedute dal Capitolo della Colleggiata e della
abolizione delle congrue e delle decime dovute al clero.
Con i provvedimenti del 1806 e 1808 l'amministrazione francese sopprimeva anche
il convento francescano, antico noviziato della Provincia di Basilicata, ed il
complesso era affidato al Comune che nel 1823 dopo le suppliche della
popolazione e lunghe trattative con il Sottintendente di Matera e il Padre
Provinciale dell'ordine riusciva ad ottenere il ritorno dei frati i quali erano
nuovamente costretti a lasciare il convento dopo la abolizione degli Ordini
religiosi seguita all'Unità d'Italia.