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 LA CONGIURA DEI BARONI E LA PACE DI MIGLIONICO
di Raffaele Giura Longo
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Il significato della Congiura dei Baroni,
sviluppatasi tra il 1485 ed il 1486, consiste fondamentalmente, come
opportunamente fu sottolineato da Ernesto Pontieri, nella resistenza opposta dai
Baroni all'opera di modernizzazione dello Stato perseguita dagli Aragonesi a
Napoli. Re Ferrante aveva mirato a dissolvere il particolarismo feudale e fare
del potere regio la sola leva della vita del paese. In questo quadro, lo scontro
con i Baroni era sorto inevitabilmente attorno al grosso problema di una
«riforma organica dello Stato», i cui cardini erano la riduzione del potere
baronale, lo sviluppo della vita economica e la promozione a classe dirigente
dei nuovi imprenditori e mercanti napoletani. Strumento di questa politica, fu
la riforma fiscale, che affidava nuovi compiti alle amministrazioni comunali (le
Università), incoraggiandole a sottrarsi, per quanto possibile, al peso feudale.
Ed in verità è stato calcolato che allora nel Regno di Napoli, su 1550 centri
abitati, solo poco più di cento erano assegnati al regio demanio, cioè alle
dirette dipendenze del Re e della Corte, mentre tutti gli altri erano
controllati dai Baroni. Il che significava che il potere feudale nel
suo complesso era titolare delle risorse e delle finanze del Regno e che la
Corte Aragonese nei fatti era resa subalterna all'organizzazione baronale. Era
quindi naturale che il Re favorisse in ogni modo l'estensione numerica delle
città demaniali, sottraendole al peso feudale ed incorporandole alla propria
diretta amministrazione. Ma l'impresa non era di poco conto. I Baroni erano organizzati in grandi dinastie
abbastanza ramificate, ognuna delle quali controllava da sola più terre del Re.
I Del Balzo Orsini, ad esempio, si vantavano di
poter viaggiare da Taranto a Napoli senza mai uscire dai loro possedimenti; i
Sanseverino, ora osteggiati ed ora protetti, erano titolari di feudi che dalla
Calabria, attraverso quasi tutta la Basilicata, raggiungevano Salerno e
lambivano Napoli; i Caracciolo, i Guevara, gli Acquaviva completavano questa
ristretta elite al potere, che di fatto accerchiava la capitale soffocando il
Regno.
Questa ristretta classe dirigente si avvaleva dell'alleanza e del favore della
Chiesa. Dai tempi angioini, il Papa aveva costretto il Regno a considerarsi
territorio a lui infeudato, e nessuno poteva aspirare al trono di Napoli senza
l'assenso esplicito e l'investitura formale del Pontefice. Oltre a ciò, il Papa
vantava antiche pretese ed antichi privilegi su parecchie terre e città
meridionali, come L'Aquila, Tagliacozzo e, più recentemente, Altamura; ed
inoltre governava direttamente, attraverso vescovi ed abati, tutta la Chiesa del
Regno, fornita di propria ed autonoma giurisdizione, di propri tribunali
distinti da quelli regi e da quelli feudali, e di proprie finanze rivenienti
dalla fittissima rete di proprietà ecclesiastiche. Baroni e Chiesa si
coalizzarono contro il Re, ostacolando in ogni modo lo sviluppo della società
meridionale verso forme più moderne di organizzazione politica e di dinamismo
economico ed imprenditoriale.
Un primo duro scontro tra i Baroni ed il Re Ferrante si era già verificato nella
lunga guerra combattuta all'interno del Regno dal 1459 al 1462. Il Re aveva
allora ottenuto l'aiuto di molti capitani italiani, ai quali si era aggiunto un
contingente di 1000 fanti e 700 cavalieri approdati dall'Oltremare adriatico e
guidati da Giorgio Castriota Scanderbeg, l'eroe nazionale albanese in cerca di
nuove patrie per il suo popolo disperso dai Turchi.
Il grande sconfitto di quella guerra fu Giovanni Antonio Del Balzo Orsini,
ultimo principe di Taranto, morto ad Altamura nel 1463, forse fatto soffocare
dallo stesso Re tramite l'Arciprete di quella Chiesa. Sta di fatto che i Del
Balzo Orsini persero allora il vastissimo territorio del principato di Taranto,
che fu incamerato dalla Corte, mentre la Chiesa, poco dopo, rivendicava con
maggior forza la sua potestà diretta su Altamura, fornendo così ai Del Balzo
Orsini, feudatari della città, una amministrazione ecclesiastica più svincolata
dall'ossequio al Re e più ligia e fedele al Barone. Ed Altamura, come sappiamo,
col suo Principe Pirro Del Balzo Orsini ebbe non piccola parte nella Congiura
del 1485-86.
La guerra contro i Baroni del 1459-62 si era insomma conclusa aspramente, ma con
una chiara vittoria del Re. Egli aveva potuto allora riprendere con maggior
sicurezza la sua politica, innovando nella legislazione fiscale e feudale,
mortificando cioè le prerogative baronali, estendendo il potere della Corte e
dello Stato, riorganizzando la vita economica e commerciale del Regno. Le città
demaniali crebbero, anche se in misura pur sempre inadeguata, ed i Baroni
subirono per qualche lustro la iniziativa regia.
Del resto, premeva ai margini stessi del mondo feudale napoletano un nuovo ceto,
una nuova classe dirigente, che si differenziava dal vecchio ceppo baronale. Le
origini del baronaggio napoletano sono essenzialmente militari: gli Angioini
avevano concesso a molti avventurieri i feudi meridionali, in ricompensa
dell'opera loro prestata per impadronirsi del Regno e per mantenerlo contro
questo o quel pretendente. I Sanseverino erano nati così, organizzando
in Basilicata ed in Calabria bande armate filo-angioine contro la Casa Sveva; i
Del Balzo anche nel nome tradivano la loro origine francese; i Caracciolo erano
stati potenti capitani alla Corte della Regina Giovanna. L'origine guerresca di
tutti costoro aveva ossificato un predominio che poco aveva a che fare con il
dinamismo imprenditoriale o con le capacità organizzative necessarie a mantenere
o estendere le proprie ricchezze. Erano stati al massimo grandi commercianti di
grano, come il già ricordato Principe di Taranto Giovanni Antonio Del Balzo
Orsini. Ma intorno alla metà del XV secolo, cioè proprio al tempo degli Aragonesi,
erano emerse nuove figure di imprenditori meridionali: si trattava di ricchi
mercanti, di armatori, di concessionari delle miniere, impegnati nelle industrie
estrattive del sottosuolo e del mare. Costoro diedero vita, anche grazie alla
politica aragonese, ad un'organizzazione mercantile e produttiva assai vasta: i
porti adriatici, soprattutto pugliesi, si aprivano come non mai ai traffici con
Venezia e con l'Oriente; la costa tirrenica si popolava di navi mercantili
private; furono posti a frutto i giacimenti di piombo ed argento a Longobucco e
quelli di allume ad Ischia; si raccolse e si lavorò finemente il corallo del
Golfo di Napoli. Il Re stesso, come abbiamo detto, incoraggiava queste attività,
entrava in società diretta con i privati, aprendo loro nuove piazze e
promuovendo, con misure protezionistiche forse troppo parziali, lo sviluppo del
commercio nel Regno, che assunse perciò caratteri spiccatamente oligarchici. E
spesso, come si sa, il Re stesso attingeva ai capitali privati per le necessità
dello Stato e della Corte.
Fu allora che iniziò il noto flusso migratorio di popolazioni greco-albanesi
nell'Italia meridionale, che si insediarono in moltissimi centri delle nostre
regioni, ripopolandoli o fondandoli ex-novo. Era perciò inevitabile che questo
nuovo ceto imprenditoriale facesse prima o poi sentire tutto il suo peso sul
complesso della società meridionale, minacciando molto da vicino le vecchie
prerogative baronali e soprattutto entrando in concorrenza con le vecchie
famiglie. Questo ceto chiedeva a gran voce per se l'accesso ai fasti ed al
prestigio del feudo. Nacque così una nuova forma di baronaggio, nota agli
storici come borghesia loricata: si trattava appuntoo dei nuovi borghesi,
che lentamente si integravano nel vecchio ceto baronale di origini
prevalentemente militari. In Basilicata, il più noto esponente di questi
borghesi-conti fu Carlo Tramontano conte di Matera; ma ancor più di lui Napoli
annoverò tra i rappresentanti più cospicui di questa nuova nobiltà
imprenditoriale uomini come Antonello Petrucci e Francesco Coppola. Il primo
giunse ad essere Segretario del Re Ferrante, ed i suoi figli meritarono il
titolo di conte, rispettivamente di Carinola e di Policastro; il secondo, creato
conte di Sarno e socio d'affari col medesimo Re, possedeva una flotta personale
ed una truppa armata; sfruttava le miniere di allume di Ischia, e quelle di
piombo ed argento di Longobucco; commerciava in stoffe ed in derrate alimentari;
era titolare di un saponificio a Napoli, e non si esclude che fosse persino
proprietario di un'isola corallifera sulle coste della Tunisia.
Sia i Petrucci che il Coppola furono tra gli uomini chiave della Congiura, ed
anzi i primi ad essere scoperti e giustiziati: come ciò sia potuto accadere, non
è ancora del tutto chiaro. Alla vigilia della Congiura, i Baroni di più antica
origine avevano molte ragioni per essere preoccupati del proprio destino: il Re
li aveva piegati; nuovi ceti in ascesa premevano alle loro spalle; le Università
si davano Statuti propri o si affrancavano dai vecchi pesi feudali. Per porre in
qualche modo rimedio a tutto ciò, era necessario consultarsi, e la prima
occasione fu fornita, nel 1485, dal matrimonio celebrato a Melfi tra Tristano
Caracciolo, figlio del Duca di quella città Giovanni, e la figliola del Conte di
Capaccio, della famiglia dei Sanseverino. Il più allarmato apparve allora Pietro
Guevara, che, Principe di Teramo e Marchese del Vasto, aveva ulteriormente
esteso la sua potenza dopo il matrimonio con la figlia di Pirro Del Balzo Orsini,
Principe di Altamura e di Venosa. Il Guevara aveva manifestato ai suoi
interlocutori le proprie preoccupazioni: il Re Ferrante perseguiva una politica
antibaronale assai insidiosa e sarebbe stato sciocco subire passivamente
l'iniziativa del Re. A nessuno di loro sfuggiva che il ruolo dei Baroni era
messo in discussione, che il loro potere era diminuito, e che ridotte ormai
apparivano anche le loro prerogative ed i loro privilegi. Il Guevara, racconta
il Porzio, considerava addirittura una sciocchezza fuori misura non tentare
nemmeno di opporsi alla prospettiva della ventilata successione al trono di
Alfonso, il figlio di Re Ferrante, che per parte sua non perdeva occasione per
ostentare apertamente ed arrogantemente la propria ostilità ai Baroni. Forse
essi stessi non avevano dimenticato che si trattava di quello stesso Alfonso
che, appena quattordicenne, era stato significativamente inviato dal padre
insieme alle truppe regie contro di loro in Calabria nella guerra del 1459-62,
per sottolineare allora che la lotta ai Baroni non era da annoverarsi tra gli
obiettivi episodici e passeggeri nella politica dell'intera dinastia aragonese;
ed Alfonso era cresciuto fedele a quella indicazione paterna, tanto da girare
spavaldamente a cavallo, con un'ascia e con una scopa ben in vista, arnesi
entrambi utili, a suo stesso dire, per liberare il Regno dai Baroni!
Occorreva dunque perciò almeno scongiurare che Alfonso divenisse un giorno Re di
Napoli. E, per ottenere ciò, bisognava convincere il Papa, l'alleato di sempre,
a negare ad Alfonso l'investitura di erede al trono ed a ricercare un altro
pretendente da contrapporre agli Aragonesi, per assicurare al Regno una
successione più favorevole e più gradita al Papa non meno che ai Baroni.
I Baroni convenuti a Melfi, pur
condividendo le preoccupazioni loro espresse dal Guevara, non se la sentirono di
impiegarsi subito ed irrevocabilmente contro Alfonso: non credevano possibile in
quel momento sollecitare l'intervento del Papa o dei nuovi pretendenti. E
bruciava ancora, oltre tutto, il ricordo dell'amara sconfitta subita nel 1462.
Ma non vollero neppure che la proposta cadesse del tutto nel vuoto, ed
affidarono a Girolamo Sanseverino, Principe di Bisignano e conte di Tricarico e
Miglionico, un compito esplorativo, per verificare almeno le possibili alleanze,
ricercare il consenso degli altri Baroni assenti dal convivio di Melfi, ed
eventualmente tentare le vie di una trattativa con il Re.
Girolamo Sanseverino, per assolvere a questo incarico esplorativo, si incontrò a
Napoli con il Petrucci e con il Coppola, con lo scopo di saggiare le intenzioni
degli ambienti di Corte e di misurare su di esse gli eventuali successivi passi.
Ottenuta da essi una risposta interlocutoria ma non negativa, si tenne subito un
vero e proprio summit dei Sanseverino nel Vallo di Diano, cioè nel cuore stesso
dei loro possedimenti feudali, tra Calabria, Basilicata e Salerno. Vi presero
parte i cinque più importanti esponenti di questa famiglia, e cioè, oltre al
Principe Girolamo, Antonello Sanseverino Principe di Salerno, Giovanna
Sanseverino vedova del conte di Sanseverino, nonna di Antonello e zia di
Girolamo; suo figlio Barnaba conte di Lauria e l'altro suo nipote Giovanni conte
di Tursi.
Su un altro versante si muoveva intanto il Coppola. Egli si era recato
personalmente da Re Ferrante per informarlo del crescente malumore che aveva
riscontrato tra i Baroni e si dichiarò disposto a far da tramite tra costoro e
la Corte, per vigilare dall'interno della macchinazione in atto e per volgerla a
favore della Monarchia. Egli così entrò con convinzione nel meccanismo della
Congiura, trascinando in essa anche il titubante Regio Segretario Antonello
Petrucci ed i figli di costui. Nelle intenzioni del Coppola, la scelta di questa
sua posizione ambivalente avrebbe dovuto consentirgli di muoversi più
agevolmente e con maggiore vantaggio personale: da una parte, nella veste di
inviato del Re, avrebbe potuto incontrare i Baroni senza insospettire il
Sovrano, e dall'altra si sarebbe meritata la fiducia dei Baroni sempre
diffidenti, ipotecando così un posto di rilievo accanto a loro nell'eventualità
che, resasi impraticabile la via dell'accordo col Sovrano, si fosse deciso di
detronizzare davvero la dinastia aragonese.
Ma le cose, come sappiamo, andarono molto diversamente e le precauzioni e le
intenzioni del Coppola e del Petrucci furono del tutto vanificate. Re Ferrante
avrebbe sconfitto tutti in abilità e cinismo. Egli cominciò con l'acconsentire
volentieri alla proposta del Coppola; prese a trattarlo da allora come un vero e
proprio agente al suo servizio infiltratosi per suo conto nella Congiura.
Utilizzandolo a questo fine, non cessò mai di gratificarlo con incarichi ed
onori di grandissimo prestigio. Ma non per questo affidava al Coppola tutti i
destini della dinastia o rinunciava ad una sua propria iniziativa, che elaborò e
perseguì con determinazione, aiutato dal figlio Alfonso.
In questa intricata vicenda, insomma, il Coppola insieme al Petrucci agì
certamente con grande spregiudicatezza, e finì, insieme al Petrucci ed ai due
figli di costui, per restare vittima della trappola mortale che egli stesso
aveva contribuito ad ordire ed a far scattare. Ma occorre anche precisare che un
po' tutti i personaggi, compreso il Re, affrontarono i rischi di questa partita
giocandosela ognuno su più di un tavolo.
Il piano previsto dai congiurati era il seguente: i Baroni dei territori più
vicini alla capitale avrebbe impedito al Re di attraversarli, interrompendo cosi
le comunicazioni di Napoli con il resto del paese. Una volta isolata la
capitale, si sarebbe consentito al Papa ed agli altri rinforzi di penetrare nel
territorio del Regno al confine tra lo Stato della Chiesa e gli Abruzzi. In
ciò, il Papa si sarebbe avvalso dell'aiuto del Lorena, in nome delle vecchie
aspirazioni angioine su Napoli, e di Roberto Sanseverino, primo capitano d'Italia, che
avrebbe agito per conto della Repubblica Venezia, ma anche per conto dei suoi
familiari napoletani.
Ma il Lorena non si fece mai vedere e fu aspettato invano, mentre Re Ferrante,
anticipando i Baroni, spedì le sue truppe all'Aquila, dove Alfonso imprigionò
quel conte con tutta la sua famiglia e, ritornando, insolentì in Terra di Lavoro
contro i Baroni di Noia e di Ascoli, offendendo altresì in essi la memoria del
valoroso Orso Orsini, suo vecchio compagno d'armi, e l'onore della loro madre,
Paola, definita dal Porzio donna di basso affare ma di alta virtù.
La determinazione e la tempestività di questa iniziativa del re e di Alfonso
scompaginarono non poco le file dei Baroni, che ne subirono pesantemente il
contraccolpo negativo. Antonello Sanseverino, il Principe di Salerno, apparve
ancor meno di prima disposto a mediazioni ed a soluzioni diplomatiche, e diffidò
ancora di più del re e del Coppola. Impedi che il Coppola fosse inviato dal Papa
in rappresentanza dei Baroni, come costui aveva non senza motivo richiesto, e
soprattutto disertò un incontro che il Coppola medesimo gli aveva preparato con
il Re in persona.
Isolatosi a Salerno, Antonello Sanseverino, la direzione della Congiura tornò
così nelle mani del prudente Principe di Bisignano, che riprese a tessere la
tela di un possibile accordo con il Re, con il quale giunse ad incontrarsi
riportando un certo successo.
Incoraggiati dagli esiti distensivi di tale mediazione, i Baroni tennero alcuni
convegni a Venosa ed a Miglionico, che era castello del Bisignano, e ad essi
parteciparono in prima fila, in rappresentanza ufficiale del Re, il suo
Segretario Petrucci ed il Coppola. Poi, finalmente, nel settembre del 1485,
secondo il Porzio, si ebbe l'incontro decisivo a Miglionico, al quale partecipò
anche il Re. Egli infatti, secondo il dettagliato racconto del Porzio,
posposto ogni riguardo della dignità e della persona, si andò confidentemente a
cacciare nelle mani di costoro, seguito dalla moglie e poco di poi dal Duca di
Calabria ancora. Giunto il Re a Miglionico, da tutti quei che vi si
trovarono fu con ogni generazione di onore ricevuto... non si rimase di
concedere loro ciò che gli chiedevano, così dintorno alle gravezze come agli
obblighi personali; ma anche li riprese amichevolmente, lamentandosi con
loro che per ottenere quelle cose avessero piuttosto voluto torre l'armi, che
nella sua benignità confidare, e raccomandò loro di convincere anche gli
assenti, ed in primo luogo il Principe di Salerno, a sottoscrivere la pace.
Baroni sembrarono soddisfatti di ciò che al
re era piaciuto concedere loro; e, per renderlo più sicuro, lo vollero
accompagnare fino a Terra di Lavoro. Avrebbero poi proseguito verso Salerno,
per smuovere il recalcitrante Antonello Sanseverino e, come avevano promesso,
fargli accettare le convinzioni.
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